Dalla storia del cinema all’educazione dello sguardo, Massimiliano Gaudiosi, docente e studioso dei linguaggi audiovisivi, riflette sul rapporto tra film, memoria, nuove generazioni e cultura contemporanea.
Domenica 11 ottobre, alle ore 10:30, nella splendida cornice di Villa Campolieto a Ercolano, si terrà il secondo appuntamento di Note in Pellicola – Jazz e Cinema. Ospite dell’incontro sarà il Prof. Massimiliano Gaudiosi, docente di Storia del Cinema presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II, che accompagnerà il pubblico alla scoperta di Round Midnight, il capolavoro di Bernard Tavernier dedicato al mondo del jazz. In attesa di incontrarlo dal vivo, gli abbiamo rivolto alcune domande sul cinema, sulla ricerca storica e sul ruolo delle immagini nella società contemporanea.
La sua attività di studioso attraversa diversi territori del cinema: dall’analisi del film alla rappresentazione dei luoghi, fino al rapporto tra immagini, suono e cultura popolare, tema che emerge anche nel suo recente Napoli è una canzone. Che cosa cerca, prima di tutto, uno studioso quando torna a interrogare un film? E quanto la ricerca storica può modificare il nostro modo di guardare opere che pensiamo già di conoscere?
Credo che chi come me si trova a lavorare sul cinema e i film si faccia guidare in qualche modo da una serie di incontri con oggetti che sono legati da un filo rosso, un motivo conduttore che non sempre si riesce subito a cogliere. La ricerca porta necessariamente a passare da un problema da risolvere a quello successivo ma, mettendo in ordine le varie tappe, può emergere chiaramente una predilezione per dei temi specifici che ritornano sempre sotto i nostri occhi. E a mio giudizio lo spunto di partenza per interrogare un film, la ragione stessa che spinge a scegliere proprio quel titolo e non un altro, è in questo senso strettamente dipendente dalla propria soggettività: guardando un film si cerca l’origine di un problema la cui soluzione si nasconde nelle immagini.
Questo movimento di risalita verso la domanda di fondo che sostiene il film può essere agevolato proprio dalla ricerca storica, che ci spiega perché un’opera è sempre figlia del suo tempo e perché, anche quando ci racconta di mondi lontani, ci sta sempre parlando dell’epoca in cui è stata realizzata. Se questo è vero, è anche vero che ci sono capolavori del passato che, rivisti oggi, sembrano parlare alla nostra società con incredibile lungimiranza. La ricerca storica ci può aiutare ad apprezzare e a riconoscere queste opere che resistono al trascorrere degli anni.
Lei insegna Storia del cinema all’Università Federico II e ha quindi un osservatorio privilegiato sulle nuove generazioni. I suoi studenti sono cresciuti in un ambiente dominato da smartphone, piattaforme, social network e da una fruizione sempre più rapida e frammentata delle immagini. È cambiato il loro modo di rapportarsi al cinema? E che cosa significa oggi insegnare a “guardare” un film a giovani che hanno a disposizione una quantità di materiali audiovisivi senza precedenti?
Il modo di guardare al cinema da parte delle nuove generazioni è inevitabilmente diverso, già solo se pensiamo a quanto il rituale sociale di entrare in una sala rappresenti oggi solo una delle possibilità (e non la più frequentata) per godersi un film. Proprio la varietà di prodotti audiovisivi – non solo film, ma anche e soprattutto serie TV, videogame, forme brevi come tutorial, TikTok, ecc. di cui siamo noi i primi produttori e distributori attraverso i nostri social – mi fa pensare a quanto l’interrogarsi sui film nelle aule universitarie possa diventare un’occasione di esercizio del pensiero critico, per orientarsi in un mondo che è sempre più mediato e filtrato da immagini in movimento sulle quali non abbiamo il tempo di soffermarci. Quella che una volta era una disciplina riservata a pochi eletti sembra offrire oggi un bagaglio educativo fondamentale per formare i cittadini e le cittadine del futuro, la cui vita dipende e dipenderà sempre di più da una buona capacità di interpretare le immagini.
A Note in Pellicola – Jazz e Cinema incontrerà un pubblico eterogeneo, non necessariamente composto da specialisti, Come cambia il suo approccio quando l’analisi cinematografica esce dall’aula universitaria?
La fortuna di lavorare in questo settore è quella di affrontare argomenti che, sotto alcuni aspetti, sono ampiamente condivisi da un pubblico appassionato di cinema. Quando François Truffaut affermava in modo provocatorio che ognuno ha due mestieri, il proprio e quello di critico cinematografico, si riferiva proprio a questa fortuna. Oggi il public engagement e le iniziative rivolte al territorio e a una platea non accademica costituiscono un pilastro fondamentale nelle attività di un ateneo. In tutte queste occasioni cerco, come posso, di condividere il mio amore per il cinema e per un linguaggio che riesce a comunicare con tutti in maniera diretta, proprio come la musica.