In quale maniera fruiamo oggi dell’audiovisivo? La domanda sembra semplice, ma attraversa più di un secolo di mutazioni profonde, di rivoluzioni silenziose che hanno trasformato il nostro modo di assistere alle immagini e, soprattutto, il nostro modo di essere spettatori.
Tutto comincia con il cinema. I primi spettatori dei Lumière non erano solo curiosi: erano spaesati, talvolta terrorizzati. Di fronte a un treno che “arrivava” verso di loro, alcuni si spostavano, altri si proteggevano il volto. In quell’istante si incrinava un equilibrio millenario: il rapporto tra realtà e percezione non sarebbe più stato lo stesso. L’immagine non era più rappresentazione, ma presenza. E da quel momento la realtà avrebbe dovuto fare i conti con la sua doppia, con la sua ombra proiettata.
L’arrivo della televisione ha ulteriormente deformato questo equilibrio. Una scatola luminosa entrava nelle case, portando pezzi di mondo direttamente nei salotti. Non era più il pubblico a muoversi verso l’immagine: era l’immagine a insinuarsi nella quotidianità. La TV ha agito come un condizionatore culturale silenzioso, capace di modellare gusti, abitudini, principi. Ha definito ciò che era normale, ciò che era desiderabile, ciò che meritava attenzione. E poi è arrivato il telecomando, oggetto apparentemente innocuo che ha introdotto una frattura decisiva: la frammentazione della visione.

Con il telecomando nasce lo zapping, primo gesto compulsivo della modernità audiovisiva. Un gesto che anticipa il futuro: contenuti interrotti, attenzione frantumata, passaggi rapidi da un mondo all’altro. La scrittura per immagini, nel frattempo, si adegua. Diventa più frammentaria, più veloce, più segmentata. Il racconto non scorre più come un fiume: procede per scatti, per lampi, per micro‑scene pensate per trattenere lo spettatore anche quando lo spettatore non vuole essere trattenuto.
La televisione, incapace quasi sempre di proporre nuovi modelli, reagisce assorbendo tutto. Comprime i messaggi fino all’osso, riduce la complessità a slogan, trasforma i propri cliché in una caricatura di sé stessa. Oggi la TV generalista è un teatro di maschere: format ripetuti, emozioni prefabbricate, ritmi serrati che non raccontano più il mondo ma lo semplificano, lo riducono, lo addomesticano.
Quando arriva lo streaming, sembra aprirsi una stagione nuova. Per qualche anno le piattaforme promettono libertà, sperimentazione, linguaggi diversi. È un momento di entusiasmo: serie che osano, autori che trovano spazio, pubblici che scoprono territori narrativi inattesi. Ma la promessa dura poco. Le piattaforme iniziano a profilare, a costruire contenuti su misura per target precisi, a progettare storie che non chiedono attenzione ma permanenza. Il contenuto non deve sorprendere: deve trattenere. Deve far restare l’utente dentro la piattaforma, senza sforzo, senza frizione, senza rischio.
Intanto il pubblico cambia. Scrolla i social, risponde alle chat, guarda un episodio con la coda dell’occhio. La visione diventa un sottofondo, una compagnia intermittente. Se qualcosa annoia, si manda avanti veloce. Se qualcosa richiede attenzione, si apre un’altra finestra. L’audiovisivo non è più un’esperienza: è un flusso. Non è più un atto: è un’abitudine.
In poco più di cent’anni siamo passati da spettatori che si spostavano impauriti davanti a un treno proiettato, a spettatori che guardano tre schermi contemporaneamente senza davvero guardare nulla. La domanda iniziale ritorna, più urgente: in quale maniera fruiamo oggi dell’audiovisivo? Forse così: in modo frammentato, compulsivo, distratto. Ma soprattutto in modo diverso da come l’audiovisivo era stato pensato.
Questo sarà uno degli argomenti affrontati in Note audiovisive – Jazz e cinema. Dal 4 ottobre a novembre, una serie di appuntamenti in luoghi prestigiosi — l’Università Federico II, Villa Campolieto, il Conservatorio di Napoli — offrirà l’occasione di analizzare questi temi insieme a esperti e studiosi. Un percorso che non si limita a osservare le immagini, ma prova a capire come le immagini osservano noi.